Scegli un lavoro che ami e lancerai comunque tante imprecazioni quando devi svegliarti presto e sbatterti come il Martini di James Bond.
Ma allora cosa c’è davvero dietro lo scopo?
La narrativa odierna ci racconta che le persone che fanno un lavoro che si sono scelte, sono meno stressate e meno soggette a burn out o altre forme di auto annichilimento, come ci rivela uno studio della famosissima Grazia Arcazzo.
Io mi sono scelto un lavoro che adoro, e ogni giorno faccio qualcosa che lo faccia somigliare a me sempre di più, o almeno ci provo.
Affiancare persone ed organizzazioni nel produrre quei cambiamenti professionali che possano portare benessere individuale o di squadra, mi fa stare bene. Mi riconcilia col mondo.
Eppure certi giorni mi scappa qualche evocazione celeste e gioco ad Acchiapparello con angeli e divinità, perché in fondo sempre di lavoro si tratta, ed è fatica, ansia, stress, agitazione, palpebra tremula, pruriti diffusi, fastidi allo stomaco.
Allora ecco la mia personalissima verità: odio lavorare. Lavorare debilita.
Quello che mi piace è ciò che succede dentro il lavoro.
Me lo immagino come un bar vecchio stampo, dove la gente sosta per bere un cordiale, giocare al calcetto balilla o a briscola, parlare col barista e commentare i fatti del paese.
È li ci trovo spazio per ballare tra il serio e il faceto, ascoltare, condividere, sfidare, vincere e perdere. Ovvero quel che farei in qualunque contesto di vita.
Ecco: oggi mi sono svegliato alle vaffanculo e un quarto per farmi 4 ore di treno per andare a ballare tra il serio e il faceto, ascoltare, condividere, sfidare, vincere e perdere.
Se trovate un lavoro in cui siete libere/i di esprimere gran parte di quel che siete, allora si può fare a vita.
Se invece il mondo si aspetta di vedere la vostra copertina da romanzo russo e voi dentro siete un fumetto (o viceversa), allora la recita sarà complessa e non priva di strascichi poco sostenibili.
Buon viaggio in ogni caso